- Gangster story- Bonnie and Clyde di Arthur Penn ha compiuto quarant'annni
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Gangster story- Bonnie and Clyde di Arthur Penn ha compiuto quarant'annni PDF Stampa E-mail
Scritto da Valeria Natalizia   
mercoledì 21 maggio 2008

Un’opera ponte tra la vecchia e la nuova Hollywood degli anni settanta che contiene i pregi di entrambe. Penn cantore dell’incubo americano come Altman o Peckinpah

Gangster story arrivò in Italia quarant’anni fa e ancora oggi come tutti i veri capolavori sembra parlarci, sembra raccontare di noi senza mostrare minimamente i segni del tempo, che forse è passato solo, anche lì senza fare troppi danni, sui volti dei sempre splendidi divi protagonisti: Warren Beatty e Faye Dunaway.

 

“Gangster story fu difficile da realizzare anche all’epoca. Era considerato semplicemente un gangster film, genere in quel periodo in grave declino, e non c’era modo di spiegare che era molto di più: una storia d’amore e una metafora del ribellismo degli anni Sessanta. Se alla fine lo realizzammo lo devo alla testa dura di Warren, che è riuscito a convincere con il suo nome gli executive dell’epoca”. Come dichiarava il regista del Piccolo grande uomo qualche anno fa ad Antonio Monda il suo Gangster story era molto di più: era tanto, troppo, e tutto ciò che diceva lo gridava, la sua potenza aveva la forza e la suggestione del miracolo e non tutti seppero subito capirlo. Un film di criminali e sparatorie sì, di morte e sangue, ma anche la più bella scena d’amore-mancato- della storia del cinema, raccontata con uno stile e un pudore mai più eguagliati, una nuova e realistica analisi dei rapporti interpersonali con un approfondimento psicologico che nessuno ci aveva mai mostrato prima, una mirabile metafora dell’America del suo tempo e di sempre, anche un’ispirazione irrinunciabile per la moda dell’epoca: ricordiamolo, dopo che il basco si posò sul capo biondo della Dunaway quel cappello non fu più lo stesso.

Il film venne girato a basso costo, come un b-movie di quelli tanto cari al genio di Truffaut, primo destinatario della sceneggiatura di David Newman e Robert Benton. Non fu un successo immediato ma il pubblico giovanile lo accolse ben presto con entusiasmo contagiando poi gli altri: quando si comunica qualcosa di nuovo anche se estremamente valido e affascinante spesso non si viene compresi ma il film vinse la sua sfida alla grande quasi subito e continua a vincere visione dopo visione. In occasione del quarantennale la Warner ha da poco messo in commercio un’edizione speciale di due dvd ricchi di contenuti extra e soprattutto si è occupata di rimasterizzare Gangster story digitalmente a partire dagli elementi originali restaurati per ripresentarlo in grande spolvero; davvero una riscoperta anche per chi lo conosce a memoria.

La storia che ci racconta Penn si distacca in parte dalla fedeltà storica. I veri Clyde Barrow e Bonnie Parker, due sbandati che imperversarono con i loro delitti e le loro piccole, o poco più, rapine in banca nell’America della grande depressione ebbero senz’altro meno sfaccettature degli anti eroi indimenticabili dipinti nel film; eppure il fascino che inevitabilmente emanano i protagonisti della pellicola si espanse potentemente anche su gran parte degli americani dell’epoca della coppia realmente esistita: non condannarono in massa i due amanti criminali, anzi i più parteciparono commossi alle loro esequie e amavano scorgere in loro una sorta di nuovi Robin Hood.

 

 

La bellezza del film si fonda anche molto sulla bravura degli attori scelti e sull’eccellenza di Penn nel dirigerli, non a caso è stato a lungo a capo dell’Actor’s studio. La scelta dell’attore giusto al posto giusto è stata sempre un’alchimia che gli è riuscita bene, convinto com’era da sempre che una volta assegnato un ruolo, era il personaggio che doveva andare a trovare l’attore e non il contrario. Il maestro Penn ha sempre poi lodato l’improvvisazione, quei momenti magici che un interprete può dare una volta che si lascia andare. Alcune prove di questo recitare in stato di grazia le hanno fornite anche con Penn attori come Brando, Nicholson, Hoffman, Hackman. Quest’ultimo lo troviamo quasi esordiente in Gangster story nel ruolo del fratello di Clyde, un rapporto molto fisico il loro, complesso, ambiguo, sempre più teso mentre il film monta verso l’inevitabile bagno di sangue finale. Il valore aggiunto dato dal futuro interprete del Braccio violento della legge così come il piccolo ruolo di un giovanissimo Gene Wilder contribuisce ad arricchire ancor di più la faretra di un film come questo già carica di frecce dorate. L’urgenza che i corpi degli attori trasmettono, la freschezza, la naturale fisicità che li lega, li sovrappone, li scompone e li allontana è ancora oggi sorprendente; gran parte del merito si deve alla fotografia di Burnett Guffey che vinse l’Oscar insieme a quello di Estelle Parsons come attrice non protagonista, moglie del fratello di Clyde che resta in vita ma incapace di vedere: la punizione minima che il destino riserva ad un componente della banda sgangherata dei Barrows, composta anche da un ragazzotto con evidenti problemi mentali che si salverà solo in quanto figlio del traditore dei fuggitivi.

 

 

Gangster story rappresenta storicamente un film di transizione e di rottura al tempo stesso importantissimo insieme a titoli come Cane di paglia e Il mucchio selvaggio di Peckinpah. La violenza si palesa sul grande schermo grazie a loro trovando indipendenza e autonomia, assumendo un valore assoluto e compiuto di per sé: impossibile non ripensare al massacro di Bonnie e Clyde mostrato al rallentatore e ripreso da Coppola per il suo Padrino guardando il finale del Mucchio selvaggio di due anni successivo;improbabile non rivivere nell’orrore della testa che esplode di Beatty-Clyde il destino toccato a JFK a Dallas solo qualche anno prima. La violenza acquista il suo valore formale e diventa anche specchietto per le allodole per attirare nuovo pubblico. Gangster story è così bello perché ha il fascino di un canto del cigno, innova ma sa di portare con sé molto del cinema classico ormai cosciente della propria fine. I personaggi del film se ci ispirano simpatia e comprensione è anche perché la loro esuberanza fisica, la loro ansia di violenza sono gioco inconsapevole, sono fame di un riscatto che sono incapaci di procurarsi in altro modo in un panorama dove tutto sommato ci appaiono come gli unici ad essere a modo loro intimamente vicini alle vittime più colpite dalla crisi economica degli anni trenta; così come li avvertiamo solidali e speculari rispetto alle vittime del Vietnam e a quelle delle guerre di quarant’anni dopo che popolano o dovrebbero popolare i nostri incubi e spronarci all’impegno oggi come allora. 

Con tutte le loro colpe Bonnie e Clyde sono forieri di un’incoscienza e di un’inconsapevolezza che li avvicina ai puri in qualche misura, non dimentichiamo poi che dalla tragedia il film passa spesso anche alla leggerezza e al sorriso, grazie anche al montaggio spezzettato in contrasto con i piano-sequenza allora molto in voga. Insomma se incontrerete dopo quarant’anni i criminali in fuga più glamour e più originali del cinema americano state certi che non li dimenticherete per almeno altri quarant’anni, direte loro grazie per molte ragioni, li amerete per quello sguardo subliminale e appagato che si scambiano prima di essere crivellati da una pioggia di proiettili, li adorerete come fecero anche Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot che misero in musica le loro gesta, divenendo anch’essi all’istante se possibile ancora più carichi di fascino: una seduzione che dura ancora oggi e non ha età.

Ultimo aggiornamento ( giovedì 22 maggio 2008 )
 
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