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Francesco Munzi ha aperto ieri sera la serata dei film in concorso, raccontandoci sotto la volta trasparente della cupola diroccata la sua giovane carriera e approfittando di essere ad Ischia dopo tre anni dalla sua comparsa cinematografica. Ha ringraziato il Festival e l’Isola per avergli portato una fortuna non indifferente: Saimir è il suo primo lungometraggio e dopo esser stato premiato come il miglior lungometraggio italiano nell’edizione del 2005, è stato portato a Venezia dove ha riscosso successo di critiche. E’ inoltre ancora nelle sale il suo nuovo film Il resto della notte, tornato da Cannes qualche mese fa e dal quale Munzi ha potuto raccogliere grandi soddisfazioni. Per nulla timido il “giovane” regista si lascia applaudire da un piccolo pubblico mentre commenta la sua presenza tra i giurati del Festival.
“Giudicare chi ha lavorato come te non è sempre facile, e vincere un premio quando si è ancora “in fasce” è importante. Inoltre la difficoltà dello stare in giuria si riscontra con il confronto con gli altri giurati, spesso il tuo giudizio è diverso da quello degli altri, ma questo anno ho le idee chiare e combatterò per la mia prima scelta!” Un passo in avanti quello di Munzi, che nel 2005 aveva partecipato al Festival con la semplicità di un partecipante per poi vincere ed arrivare all’edizione del 2008 come giurato consapevole. “Sarà una grande battaglia quest’anno, i film in concorso mostrano tutti un buon livello qualitativo.” E dopo aver confessato un amore segreto per Brigitte Bardot, saluta gli astanti in attesa della proiezione. Si è inaugurata così la quarta serata del Festival, salutando un regista giurato e la sua nuova carriera per tornare ad occupare il proiettore con due corti ed un documentario. In concorso Adil e Ysuf
Claudio Noce dirige la storia di due fratelli di origini somale che condividono una mattina nella capitale Romana in cerca di lavoro. Yusuf è il più silenzioso e accondiscendente, capisce al contrario del fratello che lavorare è un bisogno e una marcia in più per integrarsi nella società, mentre Adil canzonandolo è deciso a “non essere lo schiavo di nessuno”, e dopo aver preso il treno con il fratello per arrivare in città, si allontana da Yusuf per incontrare un amico.Le loro storie si dividono e così anche le loro scelte: Adil si ritrova invischiato in un inseguimento poliziesco dopo aver accettato dall’amico della droga; scappando viene poi nascosto da una ragazza con la quale trascorrerà gli ultimi minuti della pellicola in attesa di un risvolto che però non arriva.Yusuf al contrario si reca da un uomo scontroso e rabbioso per caricare la carne al mercato e cercare di racimolare qualche soldo, ma dopo una serie di maltrattamenti che investono uno dei suoi compagni particolarmente silenzioso, assiste all’omicidio dell’uomo proprio da parte di quel ragazzo.Insieme con l’altro compagno i tre decidono di nascondere il corpo per poi fuggire con il camion senza meta.Sovraccarico di volgarità verbali e con un pessimo doppiaggio il corto di Noce non sembra avere buone aspettative. Una nota di merito va però alla fotografia di Michele D’Attanasio e al montaggio alternato con preannuncio di narrazione, piccolo espediente che cattura l’attenzione in una trama scialba e poco originale. Da lontano Il secondo cortometraggio racconta il disorientamento e la solitudine di una donna che in viaggio con il figlio per le strade del Piemonte, dimentica la via che percorreva sempre con il marito per raggiungere la casa di alcuni parenti. La morte del coniuge la disorienta, le sembra tutto familiare eppure non ricorda nulla. Il figlio comprensivo, la abbraccia e la tranquillizza e con una tenerezza delicata, la riaccompagna in macchina per riprendere la strada di casa.I sedici minuti per la regia di Alessandro Valerio sembrano durare il doppio del tempo, passeggiano tra le strade settentrionali scorrendo con una tranquillità rilassante. La dolcezza delle immagini leviga ogni malumore e ben si accosta con i colori chiari della fotografia. Un delicato racconto di nostalgie. Stone time touch
Inaspettato e onirico il documentario di Garine Torossian che investiga l’Armenia con la voce soffusa di Arsinèe Khanjian; la ragazza racconta il suo viaggio mettendo in luce gli aspetti culturali, religiosi e nascosti di un popolo di sofferenze e misticismo.Un montaggio dalle reminiscenze impressioniste sovrappone il volto di Arsinèe a luoghi e paesaggi, alternando colori di una luce talvolta sovraesposta, talvolta grigiastra, dietro il suono di una musica melodica irrompente. Zulal invade la sonorità di settantadue minuti di pellicola, regalando alle testimonianze un’atmosfera melodica ricca di sentimento.La forza delle immagini e del suono invadono lo spettatore che viene persuaso dal racconto e trascinato insieme allo stupore delle parole soffici di Arsinèe in un viaggio interiore di consapevolezza. La narrazione segue le righe di un diario di bordo, in cui sovraimpressioni calligrafiche scandiscono i luoghi del percorso.Affascinante e intenso, gode di un’originalità isolata rispetto agli altri documentari, ugualmente interessanti ma spesso restii a sperimentazioni di così rilevante presenza.Splendida fotografia e splendidi colori per un documentario poetico e nello stesso tempo seducentemente angosciante. Fuori concorso Cactus Cactus è una commedia surreale dove il trasporto di un oggetto inusuale interagisce con la vita quotidiana di Dublino. Alessandro Molatore prende spunto da un oggetto semplice, come può esserlo una pianta, per costruirci attorno un brevissimo racconto che parla di interrelazioni e società, sotto le sfumature assurde della narratività visibile (e assente). L’idea è geniale. Molatore da seguire. Sunday La domenica di una bambina, sola a casa, con il padre fuori e una giornata grigia fuori dalle vetrate dell’appartamento in cui vive, situato ad uno degli ultimi piani. Yan Qing ritrae in 8 minuti immagini di pura poesia, oniriche e delicate, leggere ed essenziali. Incantevole, angosciante, poetico, Qing offre molte emozioni attraverso uno stile ammirevole e un’interpretazione naturale della piccola Cheng Yue Tong. The moon, the sea, the mood Durante la Prima Guerra Mondiale il brillante pioniere dell’antropologia Bronislaw Malinowski, viveva lungo le coste delle isole Trobriand nella Nuova Guinea britannica. Impressionati dal diario privato che fece in quegli anni, Philipp Mayrhofer e Christian Kobald iniziano un viaggio in cerca delle sue tracce, nella Papua Guinea odierna. Questo documentario è consigliato ai turisti: a quelli che si recano in posti lontani ed esotici e ripercorrono gli stessi ritmi e ripetono le stesse abitudini della vita in città. È dedicato a quei turisti che calpestano con il loro rumore di civiltà e civilizzazione questi “paradisi infernali”. Ma è anche, e soprattutto, un resoconto straordinario del diario di viaggio di Malinowksi in queste terre, dove i nativi vivono seguendo una cultura bellissima, primitiva e leggendaria. Ed è infine un racconto sul paesaggio, sulla natura, sull’importanza della sua conservazione, e su diversi modi di raffrontarsi tra culture differenti. Il luogo diventa sfondo e personaggio, avvolge tutto, attrae e respinge, cattura con il suo fascino gli europei, si modernizza, si rinnova, vive di vita propria. In one city Il mondo in una sola città. Gente da tutti i continenti: parlano oltre 80 lingue. Leeds è diventata una città economica importante. Ma dietro questa storia di successo, forse esiste una realtà diversa, fatta di confessioni, conversazioni, percezioni, riflessioni provenienti dalle diverse comunità di Leeds. Dave Tomalin fa il suo lavoro d’inchiesta, colleziona interviste, ritrae la città di Leeds in tutte le sue sfaccettature, ma In one city non convince molto: mancando d’innovazione, cade spesso nella stasi, e pur mantenendo saldi i punti di equilibrio della sua missione, non supera nessun limite, se non quello di provare a destare interesse per Leeds e le sue zone. Obiettivo centrato, ma in 42 minuti ci si sarebbe potuto aspettare di più. Luce verticale. Rosario Livatino, il martirio 21 settembre 1990. Come ogni giorno Rosario Livatino, giovane giudice siciliano, percorre a bordo della sua Fiesta bordeaux la strada statale 640 che da Canicattì lo porta ad Agrigento. È l’ultimo giorno della sua esistenza. Salvatore Presti ha il merito di regalare il giusto onore a Rosario Livatino, anche lui eroe di una guerra che si combatte da anni tra magistratura e mafia, ma colpevolmente lasciato troppo silenzio. Troppo giovane, troppo normale, forse. Ma gli eroi sono persone comuni e Presti lo sa, per questo si reca ad intervistare chi lo conosceva da vicino (professori, genitori, vecchi compagni di scuola): per raccontare attraverso le loro parole un uomo che non può più parlare, un uomo pio, devoto, troppo buono, normale e allo stesso tempo diverso dagli altri, così diverso da sacrificare la propria vita per una guerra che ha perso il 21 settembre 1990. O forse l’ha vinta… anche grazie a Salvatore Presti e al suo documento. Location negata Terzo appuntamento con la sezione Location negata che ha presentato due documentari provenienti ancora dall’est, Iran e Tibet. Nell’Open space del convento si sono aperte le proiezioni con Fishermen del regista iraniano Kourosh Ferzanegan. Fishermmen
30 minuti di documentario sulla reale condizione dei pescatori nel golfo dell’Iran. Da cacciatori a prede in un breve percorso che mostra le difficoltà di uno dei mestieri più antichi della zona. Uno sguardo penetrante e colorato tra le acque dense di un mare che troppo spesso non ha pietà per chi gli domanda salvezza. Fishermen ha forse il difetto di non svelare cosa si cela dietro le singole vite, ma rimane comunque un tassello conoscitivo per chi del mondo dell’Iran percepisce e conosce solo quel che i nostri media ci vogliono mostrare. Lhasa sculpting in time Firma unica per questa pellicola di 113 minuti. Jingshu Ye si occupa di fatto dell’intero prodotto non limitandosi solamente alla regia ed alla scenografia, ma mostrandosi in grado di occuparsi anche della fotografia, montaggio e scenografia. E’ un viaggio all’interno del Tibet e della sua poliedricità di storie, incontri, scontri, viaggi spirituali…Dal pellegrinaggio con cui si cerca di salvaguardare l’anima, l’autore ci proietta in una danza di antichità millenaria dove le due differenti “tribù”, gli Uomini e le Donne, si confrontano a ritmiche cadenze.Una pellicola senza dubbio interessante, ma che mostra il limite di essere destinata a chi già conosce le storie di Lhasa, del suo antico splendore e di come il tempo ne stia tracciando indelebili solchi lungo le sue arterie principali. Il regista non va a fondo nelle vicende, ma si limita a fornirci una panoramica superficiale degli accadimenti e forse proprio in ciò sta l’impossibilità da parte dello spettatore di vivere appieno le travagliate vicissitudini del popolo. |