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Lunedì 29 settembre Spike Lee ha presentato alla stampa italiana il suo Miracolo a Sant’Anna, ambientato e girato in Toscana per raccontare l’eccidio di Sant’Anna (frazione di Stazzema), il coraggio dei Buffalo Soldiers di colore, il razzismo, l’indiferenza, l’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Il regista si mostra fin da subito chiaro, deciso e schietto. “Vi prego di non rivolgere tutte le domande a me, ma anche a loro che sono tutte persone intelligenti, brave e che hanno lavorato benissimo per la riuscita di questo film”.
Lee si riferisce ai protagonisti Derek Luke, Laz Alonso, Omar Benson Miller (manca Michael Ealy), Valentina Cervi, Pierfrancesco Favino, Sergio Albelli, Omero Antonutti, Lydia Biondi, il piccolo Matteo e l’autore del romanzo James McBride. Ma alla fine le domande sono quasi tutte indirizzate al regista di Fà la cosa giusta, che, ancora una volta, racconta la condizione sociale dei neri d’America attraverso un cinema fatto di un’onestà intellettuale rara, unendo l’azione romanzata alla ricerca storiografica. Ricerca che ha suscitato non poche polemiche perché il film lascerebbe far intendere che le SS uccisero gli innocenti di Stazzema per stanare i partigiani, i quali invece parlano di un’azione terroristica organizzata. E anche l’aver ritratto traditori tra le fila della resistenza ha scontentato molti. “Io non voglio porgere le scuse a nessuno, perché quella è una storia che non è stata chiarita del tutto…Io non ho inventato nulla, non c’è un quadro chiaro, ci sono diverse versioni dei fatti ed io volevo mostrarle. È un fatto, esiste ed è normale che susciti polemiche”. Gli fa eco James McBride che ha fatto numerose ricerche prima di decidere la struttura del racconto: “si tratta di una storia di finzione…Stazzema era lì da 50 anni ma nessuno ne aveva mai parlato. Dovevo trovare la maniera di parlarne, perché la gente sapesse cosa è successo…Mi chiedevo se era meglio scrivere un libro di storia o un romanzo e da lì mi è venuta l’idea del bambino…Inoltre volevo raccontare le difficoltà per gli italiani, la guerra fratricida…e ho creato i due personaggi di Beppi e Rodolfo (i partigiani). Mi spiace se ho offeso qualcuno, ma anche noi abbiamo diritto a raccontare questo, a portare la storia al pubblico. L’importante è che se ne parli, che i giovani parlino di questo e non di American Idol (versione U.S.A. del Grande Fratello)…Spike ha una maniera tutta particolare di raccontare, noi siamo artisti, è questo quello che facciamo e se scateniamo dibattiti, reazioni, vuol dire che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo”.
La conferenza stampa poi prende una piega piuttosto noiosa quando i giornalisti italiani continuano a dirottare ogni domanda sulla politica, le prossime elezioni e le polemiche suscitate dal film. Spike Lee prende parola per mettere in chiaro una volta per tutte la sua posizione in quanto autore. “Non m’interessa delle critiche della stampa americana o altre…Faccio film da anni, ricevo critiche ogni volta ma questo non vuol dire che sto sbagliando. Cosa dovrei fare? Smettere di girare film solo perché ho ricevuto qualche critica? Quando i vostri articoli non piacciono, cosa fate? Cambiate mestiere?”.
Al film và il merito di non essere caduto in moralismi da war-movie e di aver attuato scelte estetiche coerenti con la materia narrativa. Lee a proposito ha dichiarato: “abbiamo guardato tantissime foto di guerra perché le scene fossero più verosimili, ma il tutto ci è servito per arrivare ad uno stile nostro…James ha scritto un romanzo fantastico, un thriller, una storia di fede, di religione e poi ha dato risalto alle azioni della Buffalo Soldiers e alle vicende che colpirono gli italiani…Tutti questi elementi mi hanno convinto”. A dare vita a tutto ciò un nutrito e variegato gruppo di attori che, ad oltranza, hanno preso parola per parlare della lavorazione del film, degli aspetti comportamentali dei personaggi e dell’occasione di riprodurre una pagina triste e sconosciuta della nostra storia. Laz Alonso, uno dei quattro soldati di colore, ha ricordato come gli fossero estranee certe situazioni dell’epoca. “Nel film vediamo diverse guerre…guerra sociale, razziale, tra gli stessi commilitoni…Spike ci ha dato molti filmati, documenti , libri sui Buffalo Soldiers e su come venivano trattati i neri…Ho dovuto imparare l’italiano e lo slang portoricano dell’epoca”. Mentre Favino è ripartito dalle sue radici. “Siamo ancora un paese diviso a metà, la mia preparazione parte dalla situazione naturale che vivo, sono figlio di quel sacrificio dei partigiani…e poi c’è la mia passione per Fenoglio…Sono contento di restituire, da attore, un uomo che ha lottato e si è sacrificato per un ideale giusto”. Valentina Cervi ha manifestato la propria ammirazione per Spike Lee: “sono cresciuta guardando i suoi film e ciò che mi ha sempre colpito è stato il modo in cui ha raccontato il mondo femminile, la donna e la sua emancipazione, emancipazione che in questo film si esprime attraverso il sesso, un tabù per quei tempi”.
Un film impegnato ed impegnativo per il regista che adesso aspetta il responso del pubblico italiano. “È stato un lavoro enorme, era la prima volta che giravo un film di guerra e in tre lingue diverse…Trovare il bambino adatto era la mia più grande preoccupazione dal momento che volevo un esordiente. L’ho scelto tra 100 visionati…Il sindaco di Sant’Anna è venuto addirittura alla prima a New York e mi ha detto che il film gli è piaciuto molto”. |