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“E tu vuoi viaggiarle insieme/ vuoi viaggiarle insieme ciecamente/ perché sai che ti ha toccato il corpo/ il suo corpo perfetto con la mente.”Il testo della splendida canzone Suzanne di Leonard Cohen tradotto dal compianto “Faber” De Andrè ci rimanda al concetto di viaggio mentale, di innamoramento, e nessun verso potrebbe essere più adatto per descrivere l’approccio cinematografico di Werner Herzog, artista innamorato del mondo, della scoperta, della sfida al superamento dei limiti che si rinnova di film in film con un’ansia quasi religiosa. Il brano Suzanne nella sua versione originale accompagna mirabilmente una delle numerose panoramiche di Fata Morgana trasmettendo allo spettatore tristezza, malinconia, questo come altri è uno dei momenti più interessanti di un’opera che va incessantemente alla ricerca di immagini nuove, autentiche, solo così infatti per il regista la civiltà riuscirà a sopravvivere, lasciandosi alle spalle tutta la volgarità “da poster”, di ciò che è inevitabilmente già visto. Fata Morgana è il secondo lungometraggio, dopo Segni di vita, del regista di Fitzcarraldo, girato tra il 1968 e 1970, spesso in contemporanea con Anche i nani hanno cominciato da piccoli, che della filmografia herzoghiana costituisce forse la tappa più disturbante, restando sempre fra le opere migliori. Presentato nel 1971 a Cannes, Fata Morgana si divide in tre atti: la Creazione, il Paradiso e l’Età dell’Oro. All’inizio l’Universo è calmo, ci sono solo il cielo e il mare, dune, montagne e pochi elementi riconducibili alla civiltà. La voce di Lotte Eisner legge passi tratti dal Popol Vuh, il libro della creazione dei quiché del Guatemala. Nel secondo capitolo invece fa il suo ingresso l’uomo, sempre scrutato con curiosità e meraviglia da Herzog, mentre la voce suggerisce immagini surreali e ipnotiche, spesso slegate da ciò che viene filmato. L’Età dell’Oro infine è il tempo della degradazione dove la natura non è più. La macchina da presa si sofferma su un complessino squallido, dove a suonare sono la tenutaria di un bordello e un protettore, dei turisti fanno capolino da un terreno vulcanico e un uomo in tuta subacquea ci mostra una tartaruga. Ciascuno dei tre capitoli del film termina con la ripresa di una Fata Morgana appunto, ossia di un miraggio, qualcosa che nel deserto esiste e non esiste al tempo stesso, immagine mai vista che non sarà mai più possibile vedere nello stesso modo.
I sogni febbrili, le visioni ossessive sono senz’altro un tema che ricorre in Herzog, particolarmente affascinanti in questo film le panoramiche che senza sosta avanzano lungo le dune, in un deserto che diviene paesaggio femminile, sacro, primordiale e misterioso. Il regista monacense, come d’abitudine, anche durante le riprese di Fata Morgana ha dovuto saper fare fronte a mille difficoltà, riprendere nel deserto ad esempio ha comportato lo scavo di lunghi sentieri per far sì che al passaggio del camera-car ci fossero meno sobbalzi possibili. La desolazione, i resti della civiltà catalizzano l’occhio dell’autore, l’amarezza è forse il sentimento prevalente eppure questo “paesaggio in trance”, nel quale il viaggiatore tenta di carpire il senso e le contraddizioni che derivano dall’incontro-scontro di culture diverse, non può non affascinare rendendoci grati verso una tale, splendida pagina di cinema. A dispetto di come potrebbe sembrare ad una visione superficiale, Fata Morgana non è un documentario, come dice Herzog “è come un film di fantascienza con delle finestre su un altro mondo, su una visione. Si tolgono le mura e rimangono solo le finestre e la visione, che è ciò che si vede, è miraggio”. Ritratto spietato dell’avanzata della civiltà occidentale e della sua furia colonizzatrice, il film spazia dal deserto alla città, dalla musica classica al rock, lo spettatore viaggia nell’Africa herzoghiana non smettendo mai di stupirsi, i paesaggi più diversi vengono accostati sapientemente andando a formare la tessitura di un’opera fluida, compatta, coerente, che trasmette un senso di grande umanità e rispetto verso le persone che si sceglie di inquadrare. Ad Herzog non appartiene il concetto di road movie, questo come molti altri suoi film è l’opera di un infaticabile camminatore: “Quando cammino sprofondo nei sogni, fluttuo nelle mie fantasie e mi scopro dentro storie incredibili. Attraverso letteralmente interi romanzi e film e partite di calcio. Non presto davvero attenzione a dove metto i piedi ma non perdo mai l’orientamento”. Le domande che lo spettatore di Fata Morgana in particolare non può non porsi sono: smetteremo mai di essere trasportati? troveremo un luogo dove poterci fermare?
Uno dei meriti maggiori del regista di Kinski, il mio nemico più caro sta nell’aver scelto di conferire al suo spettatore sempre un ruolo attivo, consapevole, è proprio chi guarda ad avere il compito di completare il film, ruolo che l’estimatore di Herzog accetta con gioia, in un’epoca in cui pochi film ormai sanno elevarsi a vere e proprie esperienze, scarseggiano infatti i degni epigoni di un Herzog o di un Kiarostami. Auguriamo di cuore al regista di Grizzly man e negli ultimi anni di altri splendidi documentari di non smettere mai la sua ricerca di verità, di nuovo, sempre all’insegna della bellezza e della profondità. La potenza del cinema di Herzog ha saputo restare figlia del monito buñueliano de Un chien andalou: a costo di tagliare un occhio a metà, cambiamo il modo di vedere il cinema!
La Terra vista come pianeta alieno distrutto dalla totale disarmonia tra natura e uomo è un’idea che è stata ripresa dal regista anche nel recente L’ignoto spazio profondo. Ideali corollari a Fata Morgana, prima e dopo, sono nella filmografia del cineasta tedesco I medici volanti dell’Africa orientale (1969) e Wodaabe, i pastori del sole (1988). |