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Caracolla, trascina il suo corpo fiera e indolente, piega il ghigno sornione alla lieve stortura della bocca e al grande orizzonte dei suoi occhi. Come lei non sa farlo nessuno. E' riuscita nel tempo a dare forza e fiato al suo volto. Penelope Cruz, dopo anni di scalate e tentativi ha raggiunto in due anni la sua consacrazione: Oscar e Golden Globe e uno dei due grazie al suo primo pigmalione.
Non il Bigas Luna che la fece esordire splendidamente acerba nel ’92 con Prosciutto prosciutto, ma Pedro Almodovar, col quale ha raggiunto la popolarità internazionale nel ’97, con Carne Tremula: emergono, dopo film in cui la sensualità mediterranea subordinava il resto, i caratteri di donna volubile, passionale, al limite dell’ossessivo, ma anche forte, pronta a dominare una relazione. O la scena. E il suo modo di “possedere” l’inquadratura, dove più dove meno, diventa una costante.
Di lei, della personalità che cerca di farsi strada oltre una naturale sensualità, si accorgono anche in USA, in particolar modo Stephen Frears, con Hi-LO Country: il film è fiacco è poco passionale, la sua prova ne fa le spese, ma le garantisce la considerazione del gotha. Che non aspetto altro di vederla esplodere. E per farlo Penelope deve aspettare Pedro: Sorella Rosa, in Tutto su mia madre, è uno di quei ruoli per cui, le attrici di un tempo, avrebbero ucciso. Una suora buona e comprensiva, pronta a partire in missione, ma che si scopre malata di Aids e incinta. Un salto nel puro melodramma, nella disamina viscerale dei sentimenti, su maternità, paternità e scoperta dell’io attraverso il corpo e il sesso, la vita che si specchia necessariamente nella morte. La carica sanguigna di Penelope, stemperata dalla pietas colorata del regista, dà vita alla prima interpretazione degna di finire negli annali.
La fama e la notorietà crescono esponenzialmente, ma come avviene per molti talenti non americani, Hollywood tende ad addormentarli: accade lo stesso per la nostra. Passione ribelle, Blow, Il mandolino del capitano Corelli, Vanilla Sky. Sfruttano il cliché dell’attrice senza darle spessore. E così, per vedere i primi seri e globali riconoscimenti, bisogna attendere un italiano, Sergio Castellitto, che le regala la parte forte, forsennata, disperata e punitiva (a giudicare dal look squallido cucitole addosso) di Italia, una borgatara che si lascia andare a una storia di sesso disperato con un medico borghese ed egoista. Penelope ripaga Castellitto con una prova ardente e impressionante, fatta di parole laceranti e tristezze inaudite che le vale il David di Donatello e la candidatura al Goya.
Forse sarà un’esemplificazione, ma forse a certi livelli la carriera di un’attrice si può leggere anche attraverso i premi. E allora, quella della nostra, vola nel 2006, quando il solito Pedro Almodòvar le cuce addosso il carnale ruolo di Raimunda in Volver, una donna forte e dimenticata che preferisce uccidere e seppellire di nascosto il marito piuttosto che accettarne la sua assenza, la sua violenza, la sua stupida volgarità. Cruz diventa l’incarnazione stessa del cinema del regista, che le accentua fianchi e seni (ripresi con morbidissime panoramiche, specie una, indimenticabile, dall’alto mentre lava i piatti), il melodramma che si fa sorriso, Sofia Loren nel 21° secolo. Un’attrice che corona, due anni dopo, il suo sogno di brillare anche fuori dall’Europa, grazie al meno americano dei maestri USA, Woody Allen, che in Vicky Cristina Barcelona ironizza complice sui luoghi comuni suoi e della capitale catalana e con la visceralmente divertita performance di Maria Elèna, donna passionale oltre i limiti della follia, bisognoso di carne, a prescindere da ogni risvolto, vince il tanto agognato Oscar, solo sfiorato col precedente film di Almodòvar.
Penelope deve stare attenta alla famosa sindrome da Oscar, quella per cui la vittoria porta alla sparizione graduale dell’attrice a grandi livelli: anche se, leggendo nel suo carnet d’impegni, il problema non si dovrebbe porre, anzi pare evidente una ritrovata coerenza di percorso. Almodovar, con lo straziato Gli abbracci spezzati, ne ha fatto un'assoluta icona meta-linguistica, da rimodellare, cambiare colorare, da distruggere e far risorgere come Warhol fece con Marilyn e Basquiat con la Gioconda; e all'orizzonte l’America (con Nine di Rob Marshall). Il punto fermo e la frontiera. Coordinate di un viaggio che solo un volto forte e un sorriso enorme possono sensualmente illuminare. |