Dopo la proiezione del film, degli applausi poco convinti precedono la conferenza stampa, a cui sono presenti il regista Federico Moccia, l’amministratore delegato e vicepresidente di “Medusa” Giampaolo Letta, l’amministratore unico della “Lotus Production” Marco Belardi, i due giovani interpreti Veronica Olivier e Giuseppe Maggio.
A una cortese introduzione di Giampaolo Letta, che dichiara: «Siamo contenti di aver lavorato con Moccia e ci siamo anche divertiti molto», segue l’entusiasmo di Marco Belardi: «Quando mi parlava del progetto, Federico riusciva a emozionarmi con le sue parole. Sono contento e soddisfatto, perché “Amore 14” è un bel film!».
E così inizia, in mezzo al bisbiglio dei numerosi scolari presenti in sala e al silenzio attento dei giornalisti, l’intervista al regista. Quasi quarantasei anni, sorriso cordiale e voce da ragazzino, Federico Moccia è ben lontano dallo stereotipo del regista bohémien, scontroso ed emaciato. L’intervistatore parte con la prima domanda: «Perché nei tuoi film continui ad esplorare il periodo dell’adolescenza?». Moccia ci pensa su, poi risponde: «Quando si hanno tredici-quattordici anni, si scoprono tante cose, e s’inizia a fare tesoro di tutto ciò che ci servirà nel tempo». Evidentemente il regista, complice la sua aria scanzonata da uomo “casual”, ispira subito una certa simpatia agli spettatori, che cominciano ad intervenire numerosi per porgli i quesiti più svariati. Il primo dei quali entra subito nel nucleo del film: «Il punto di vista è chiaramente femminile, e i ragazzi sembrano quasi fare da sfondo alla vicenda. Come mai?». Moccia, preparatissimo, risponde: «“Amore 14” vuole essere visto attraverso gli occhi di una ragazzina. Tutto lo testimonia, anche il modo di raccontare, per esempio tramite le mini-classifiche sui ragazzi che le piacciono, e così via. Memore del bellissimo Il giovane Holden di Salinger, volevo raccontare una storia partendo, però, da un punto di vista femminile. Comunque, via via che il film procede, diventa più corale».
Il secondo quesito individua un altro aspetto caratterizzante di “Amore 14”: «Mi sembra che il livello sociale dei giovani personaggi sia piuttosto elevato, a giudicare dalle feste, dai vestiti, e via dicendo». Moccia si dimostra scettico al riguardo: «In realtà, il film intreccia storie di persone appartenenti a più classi sociali. Questo perché le scuole pubbliche possono rappresentare il punto d’incontro fra giovani di diversa estrazione. Nessun ragazzo sa che il compagno è figlio del portinaio o del salumiere, e i giovani legano fra loro esclusivamente in base alle simpatie. Alis e Clod, per esempio, nel mio film sono molto diverse. Ma questo è un aspetto che ho analizzato più approfonditamente nel romanzo».
Come a ogni conferenza stampa che si rispetti, è presente in sala anche lo spettatore polemico, incattivito con tutti quei
registi che si discostano da Bergman e Kieślowski e preferiscono, all’opera intimista, l’incasso sicuro e una mandria di adolescenti urlanti che riempiono le sale. «Io avrei due questioni da porre. La prima è: ho letto che Gabriele Muccino era piuttosto risentito da una sua dichiarazione, in cui diceva di essere il nuovo Muccino; è vero? La seconda è: mia figlia ha quattordici anni; a quel che ne so, la prima volta in cui le adolescenti d’oggi fanno l’amore è verso i sedici. Sbaglio?». Federico Moccia risponde con ironia: «Già avverto malumore nel pubblico», individuando anche lui, come il novanta per cento del pubblico presente in sala, che la provocazione dello spettatore non deriva da purismo cinefilo, ma da altro: ansia paterna. Piuttosto comprensibile, del resto, soprattutto in seguito alla visione di un film alla “Sex and the City” in cui, anziché smaliziate quarantenni, sono precoci quattordicenni a parlare di sesso continuamente. E la risposta di Moccia è sfaccettata quanto la domanda che l’ha preceduta. Il regista, infatti, decide innanzitutto di schermirsi da accuse false e tendenziose, e poi di rassicurare il buon padre di famiglia: «Mai detto che mi considero il nuovo Muccino. Semplicemente, durante un’intervista alla radio, Alfonso Signorini mi ha detto scherzando: “Sarai il nuovo Muccino”, e io ho risposto ironicamente: “Semmai, il nuovo Moccino”». Breve pausa per raccogliere qualche applauso e veder volgere quella urtante provocazione a proprio beneficio, e Moccia riprende a parlare prefiggendosi, questa volta, di consolare l’avversario anziché di affondarlo. «Detto ciò, col mio film non ho voluto includere tutte le adolescenti, ma solo una parte. E questo vale in generale, per tutti i miei film. Magari c’è chi odia mettere il lucchetto a Ponte Milvio, e c’è chi invece lo fa ancora a cinquant’anni, perché vive l’amore in maniera più divertita. A me i cinquantenni che mettono il lucchetto sono più simpatici. È bello mantenere l’incanto pure alla nostra età! Inoltre, c’è chi mi rimprovera del contrario, dicendo che io rappresento giovani troppo puri, che si discostano dal reale. Io credo che a quattordici anni, se hai incontrato il ragazzo che ti piace, fai riflessioni come quelle della protagonista. Anche se magari ancora non hai dato il primo bacio (e qui vedo diverse ragazze nel pubblico che annuiscono con espressione abbattuta)». Risatine in sala.
«C’è una ragione precisa per cui ha scelto un finale così amaro?» è un’altra, saliente domanda posta dal pubblico. «Io penso che la cosa più difficile nell’adolescenza sia affrontare le delusioni. La vita è piena di fregature. A volte i giovani vengono da me e dicono: “Moccia, ho attaccato il lucchetto, ma è andato tutto male”. Il fatto è che spesso le storie iniziate a tredici-quattordici anni non proseguono. A me pure è capitato, e mi chiedevo perché. Non sembra ci sia una ragione valida per cui le persone ci tradiscono. E invece lo fanno». Il regista continua, alternando pillole di saggezza popolare a note ironiche. «Sì, per la parte del giovane scrittore mi sono ispirato a me. E, già che c’ero, l’ho scelto bello e fisicato». Alla domanda su quali siano stati i criteri di scelta degli attori, Moccia risponde: «Ho cercato di prenderli in base alle caratteristiche dei personaggi del romanzo, anche se è impossibile trovare la persona identica all’immagine che avevi in mente. In queste cose ci vuole elasticità. Comunque mi piaceva l’idea di mischiare attori di grande mestiere, come Riccardo Garrone e Pamela Villoresi, ad attori senza esperienza, che non sapevano neanche bisognasse guardare in macchina. Mi piaceva, però, anche conservare la naturalezza di questi ragazzi». «E per la scelta dei protagonisti come si è regolato?». «Per il personaggio di Caro, ho scelto Veronica Olivier perché ne rispecchia i colori e, sebbene abbia diciannove anni anziché quattordici, vicino alle altre quattordicenni era perfetta. Per il personaggio di Massi, invece, ho scelto Giuseppe Maggio perché mi sembrava potesse piacere alle adolescenti. Ai provini, stavano tutte in silenzio quando è entrato lui. Io sono sempre stato fottuto da ragazzi come lui». Altre risatine in sala.
A un certo punto, anche i due giovani attori prendono la parola. Veronica Olivier, chiaramente emozionata, conferma il fatto di non aver avvertito la differenza di età con le colleghe più giovani e dice, anzi, di aver imparato soprattutto da loro. Giuseppe Maggio, con voce suadente da navigato teen-ager, dichiara che, grazie a Moccia, c’era un clima di intesa e serenità perfette. Infine, riprende a parlare il regista che, dopo l’azzardato paragone con Salinger, nomina anche Claude Lelouch, a proposito della scena di “Amore 14” in cui appare Michela Quattrociocche in abito da sposa. Nonostante i più maligni definirebbero tale espediente un mero sponsor (volto ad anticipare la prossima uscita nelle sale del film “Scusa ma ti voglio sposare”), Moccia si affanna a precisare di aver preso l’ispirazione dal cineasta francese che, in uno dei suoi film, si auto-citò.
Una delle ultime domande viene posta da una ragazzina di undici anni, che chiede candidamente perché l’amica tradisca la protagonista. Il regista, intenerito, scambia un rapido e istruttivo dialogo con la giovane spettatrice, chiedendole se a lei sia mai successo qualcosa di simile. Ed è proprio questo clima soffice, che mischia l’adolescenziale al paternalistico, ad aver permeato tutta la conferenza stampa, senza soluzione di continuità con l’atmosfera del film. Tutto condito dall’innegabile simpatia di Moccia.