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 Quella particolare asimmetria che caratterizza il volto dell’attore in maniera così inconfondibile, colpisce subito chi lo guarda. Il suo volto squadrato e irregolare è sicuramente la caratteristica che lo identifica maggiormente, che rimane impressa nella memoria dello spettatore che lo vede per la prima volta. Ma questo volto, così particolare e così immediatamente riconoscibile, ha saputo però nello stesso tempo trasformarsi continuamente, subendo svariate metamorfosi. Di certo questo tratto particolare non lo rende il bello di Hollywood, ma gli dona un fascino inusuale e un’abilità caratteriale straordinaria. John Turturro, pur essendo un newyorkese doc, nato a Brooklyn, il 28 febbraio 1957, e cresciuto nel Queens, ha però origini italiane. Il padre, immigrato dall’Italia, era un carpentiere pugliese, di Giovinazzo, in provincia di Bari e la madre era una cantante jazz e aveva anche lei origini italiane, siciliane in particolare, essendo di Aragona. Pur avendo un volto così particolare e riconoscibile, Turturro ha mostrato l’abilità di saper cambiare ogni volta. Ha al suo attivo oltre sessanta film, in cui ha mostrato tutto il suo istrionismo e la sua versatilità, sia come caratterista che come protagonista, interpretando i più svariati personaggi. Nell’ultimo film di Tony Scott Pelham 123: ostaggi in metropolitana lo riconosciamo nei panni di un serio tenente della polizia, il tenente Camonetti, a capo del team di negoziazione degli ostaggi, ma se torniamo indietro con la memoria ai suoi film precedenti, possiamo rivederlo interpretare personaggi completamente diversi tra loro, alcuni dei quali sono divenuti memorabili. Tutto ebbe inizio quando, dopo essersi specializzato in teatro alla State University of New York a New Paltz e dopo aver completato un Master in teatro all’Università di Yale, dove fu tra i sedici studenti scelti su novecento candidati, John decise che quello sarebbe stato il lavoro della sua vita. Nel 1980, mentre prendeva parte ad una produzione off-Broadway di Sam Shepard, Turturro fu notato da Robert De Niro che gli consigliò di fare subito un provino per una piccola parte nel film che stava girando, Toro scatenato di Martin Scorsese. Ebbe una piccolissima parte come comparsa, ma da qui Turturro si fa conoscere subito, soprattutto come abile caratterista. Lo aiutano in questo il suo volto inconfondibile, che gli dona un fascino molto particolare, il suo umorismo e il suo essere ironico ma sempre con una vena di malinconia, cosa che fa di lui un interprete perfetto di quel mondo della New York italoamericana, di quell’atmosfera che è un misto di violenza e di divertimento, di culture diverse e di odi razziali. Tutto questo è confluito perfettamente nel personaggio di Pino, un italo americano razzista e iracondo, nel film di Spike Lee Fa’ la cosa giusta (1989). Da qui inizia la proficua collaborazione con Spike Lee, per il quale diventerà uno dei suoi attori preferiti. Il regista rimase colpito dalla sua interpretazione in Five Corners (Tony Bill, 1987) in cui Turturro era un uomo mentalmente disturbato appena uscito di galera che voleva vendicarsi della ragazza che aveva tentato di violentare anni prima. Oltre a quella con Spike Lee, un’altra fortunata collaborazione nasce con i fratelli Joel e Ethan Coen. Infatti, quando pensiamo a John Turturro, ci saltano subito alla mente i film dei fratelli Coen o quelli di Spike Lee. Possiamo affermare, quindi, che Turturro, a un certo punto della sua carriera, è diventato l’attore feticcio di questi registi, e proprio nei loro film sono nati i personaggi più famosi da lui interpretati. Dopo il razzista di Fa’ la cosa giusta, inizia un periodo fortunato in cui alterna film di Spike Lee a quelli con i fratelli Coen, nei quali si diverte a interpretare i più svariati personaggi, sempre, però, con una forte connotazione razziale, come il gangster ebreo Bernie Bernbaum di Crocevia della morte(1990)dei fratelli Coen o il proprietario ebreo di un locale notturno in Mo’ Better Blues dello stesso anno, di Spike Lee. Dalla follia razzista e violenta dei personaggi fino ad ora interpretati, Turturro passa ora alla sensibilità e alla debolezza di Paulie Carbone in Jungle Fever (1991) sempre di Spike Lee. È un personaggio fragile e delicato, fidanzato con Angie, la protagonista femminile del film, un’italoamericana che lo tradisce con un afroamericano, ma Paulie è segretamente innamorato di un’altra donna e non reagisce al tradimento, per questo viene picchiato e tacciato di impotenza. Dai personaggi con una connotazione fortemente razziale, che rappresentano la realtà della New York italo americana, stavolta Turturro sposta il suo sguardo e la sua attenzione su un personaggio che sembra totalmente fuori della realtà: il Barton Fink dell’omonimo film dei fratelli Coen del 1991, in cui interpreta un giovane commediografo ebreo di New York alle prese con il “blocco dello scrittore” e con i fantasmi nella sua mente, perseguitato dai rumori, come quello del campanello nell’atrio dell’albergo che risuona all’infinito. Queste sue paranoie lo rendono un personaggio decisamente sciroccato, al limite del grottesco. Anche la caratterizzazione fisica contribuisce a renderlo stravagante, con quella stramba capigliatura, quegli occhialetti tondi che gli rendono lo sguardo quasi allucinato e soprattutto la sua straordinaria mimica. Infatti, con questa grande interpretazione, Turturro vince il premio come miglior attore protagonista a Cannes. Un altro premio, nel 1992, sempre a Cannes, lo vince questa volta non nella veste di attore ma in quella di regista: la Camera d’Or per aver scritto e diretto Mac, un film che racconta la storia di un immigrato italiano, Niccolò Vitelli, un omaggio al padre carpentiere e a tutta una generazione di emigranti italiani e non solo. John Turturro riesce a passare non solo, in veste d’attore, da un personaggio a un altro, con una caratterizzazione sempre straordinaria e memorabile, ma anche da una veste all’altra, da attore a sceneggiatore a regista. La sua metamorfosi forse più evidente è quella che ha attuato per il film La tregua (1997) di Francesco Rosi, nel quale ha interpretato Primo Levi e per farlo si è trasformato completamente, perdendo diversi chili per rendere credibile il suo ritorno dal campo di concentramento di Auschwitz. Durante il lungo viaggio di ritorno verso Torino, il Levi di Turturro, meravigliato dall’indifferenza che vede attorno a sé, inizia un lento ritorno alla normalità, che non sarà più quella di prima, segnato per sempre dal ricordo della terribile esperienza. Dopo essersi calato nei panni di un personaggio di grande spessore e profondità, Turturro si trasforma ancora, questa volta in quello che forse è il personaggio che lo identifica maggiormente, perché è rimasto nella memoria di tutti per la sua follia e stravaganza, il Jesus Quintana de Il grande Lebowski (1999) dei fratelli Coen. Un esaltato giocatore di bowling ispanico che crede di essere una divinità. Turturro è straordinario nella caratterizzazione: accento spiccatamente ispanico, tuta viola da bowling con scarpe e calzini coordinati, dita delle mani piene di anelli, sostegno per il polso, come si conviene ad ogni giocatore di bowling che si rispetti, retina da capelli, per tenerli in ordine durante la partita…e strike! Questa è l’immagine di Turturro e del suo Jesus Quintana che è rimasta nella memoria di tutti. Nel frattempo John ha partecipato ad altri film di Spike Lee, Clockers (1995), ancora nei ghetti newyorkesi, Girl 6 (1996) nei panni di un agente e He got game (1998), questa volta nelle vesti di un allenatore di basket.Tra un personaggio e l’altro, Turturro continua anche la sua attività di sceneggiatore e regista, con i film Illuminata (1998), sul teatro agli inizi del Novecento, di cui è anche protagonista e più in là Romance & cigarettes (2004), un film ironico e bizzarro che segue un po’ lo stile dei fratelli Coen, ma con l’introduzione dell’elemento del musical.Dopo un altro ruolo diventato di culto, quello di Pete nel film dei Coen Fratello dove sei? (2000), Turturro non rifiuterà delle parti in film più commerciali, come Terapia d’urto (2003) con Jack Nicholson e Adam Sandler, con il quale collaborerà anche in Zohan – Tutte le donne vengono al pettine (2008), Secret window (2003) nel quale è uno psicopatico che terrorizza Johnny Depp, fino ad arrivare addirittura a film come Transformers (2007), nei panni di un agente.Una delle sue ultime interpretazioni lo vede al fianco di Robert De Niro in Disastro a Hollywood (2008), proprio come all’inizio della sua carriera, ma stavolta con un ruolo vero, quello dell’agente delle star, che ha il compito di mediare tra gli attori incontentabili e il produttore (De Niro) che cerca di accontentarli, ma che è terrorizzato dai suoi stessi clienti e soffre di disturbi psicosomatici. Questo è John Turturro: più di sessanta film, in una trasformazione continua da un personaggio all’altro, ma sempre con una capacità di caratterizzazione estremamente precisa e dettagliata e a volte assolutamente grottesca, ironica e divertente, aiutato dal suo volto che trasmette tutta la bizzarria, la stravaganza, ma se necessario anche la serietà, dei ruoli che interpreta.
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