


Mira Nair, celebre e accattivante regista indiana, è sempre stata riconosciuta dal pubblico per aver portato in scena lungometraggi emotivamente e culturalmente ricchi, da “La Fiera della Vanità” a “Salaam Bombay!”; da “Monsoon Wedding” (Matrimonio Indiano) a “The Namesake” (Il destino nel nome). Leggendo la sceneggiatura che raccontava la storia della coraggiosa Amelia Earhart, scritta da Anna Hamilton Phelan e Ron Bass, già noti l’una come candidata, l’altro come vincitore dell’Academy Award, si è subito immedesimata nel personaggio e nella sua forza, decidendo così di accettare la sfida che l’avrebbe vista come regista del film che ne narra la biografia.
Una storia interessante che parla di coraggio, audacia e ribellione tutta al femminile e che si svolge in un’epoca rilevante come lo furono gli anni ‘30 per l’America; una regista appassionata quanto acclamata dalla critica e dal pubblico; due rinomati sceneggiatori: le carte per la creazione di un capolavoro sono tutte sul tavolo, non resta che dare il via al gioco. I partecipanti non aspettano altro che il momento di utilizzarle. E il pubblico di assistere alla loro performance. L’attesa preannuncia una delle partite più coinvolgenti degli ultimi dieci anni. Eppure, non inizia. Niente da fare: il film rimane didascalico, privo di contenuti e di messaggio e nel complesso poco introspettivo. Biografico, nel senso più ristretto del termine.
La storia è quella della giovane aviatrice Amelia Earhart (Hilary Swank), protagonista negli anni ‘30 di eccezionali imprese
nel campo dell’aviazione, una vera e propria icona per le donne dell’epoca, poiché con la sua visione intrepida della vita aveva dimostrato che, se si crede in ciò che si fa e si portano avanti le proprie aspirazioni con passione, è possibile tentare qualunque impresa, anche quelle legate a professioni fino ad allora considerate appannaggio esclusivo degli uomini. Ambientato tra il 1923 e il 1935, il film narra gli anni di maggior successo dell’aviatrice, in cui aveva conquistato ben sette record, tra cui la trasvolata in solitario dell’oceano Atlantico e di quello Pacifico. Il focus si concentra anche sulla vita privata della protagonista, appoggiata nelle sue eroiche imprese dal marito e socio d’affari George Putnam (Richard Gere) e scossa per un periodo dall’amante Gene Vital (Ewan McGregor), affermato pilota e pioniere dell’industria aeronautica americana.
Più che assistere alla biografia, sembra di leggere il curriculum vitae di Amelia Earhart.
Si sarebbe potuto narrare il processo di ribellione che una donna come lei avrà sicuramente dovuto mettere in atto per affermarsi in un’epoca come quella della grande depressione, si sarebbero potute narrare le sue difficoltà nel trovare i finanziamenti, si sarebbero potute trasmettere meglio le sensazioni che poteva aver provato nella sua prima traversata dell’oceano completamente da sola (e non solo attraverso i sognanti primi piani della Swank a bordo del suo “volatile”), poiché la differenza tra leggere una biografia all’interno di un’enciclopedia e viverla attraverso un film sta proprio nella possibilità di suscitare un’emozione nello spettatore, arrivando a farlo immedesimare in toto nel protagonista del racconto. E far corrispondere il momento dei titoli di coda a un lento e piacevole risveglio. “Amelia” ci ha tenuti svegli tutto il tempo.