 Il film, ambientato nel paese di Busseto, racconta la storia di alcuni ragazzi catturati da cinque soldati tedeschi in ritirata, quando oramai la seconda guerra mondiale volge a favore degli alleati. Attorno a Samuele, ebreo maestro di violino, e alla fidanzata Lea, si snodano le vicende del gruppo. Per alcuni istanti sembra di rivivere le atmosfere indimenticate di Paisà, quei contorni offuscati dalle nebbie, nel bianco e nero del Po, o la ricerca smisurata di quella realtà coltivata da una terra martoriata dalla guerra e da un cielo visto come orizzonte d’evasione. Sembra di perdersi in squarci rosselliniani di rinnovata freschezza. Sembra, per l’appunto, ma a conti fatti non è. Cielo e terra, film del 2005 diretto da Luca Mazzieri, risulta essere una commistione di intenti che troppo spesso rischiano di navigare su di una distesa di superficialità. E non tanto per una sinossi che, seppur per l’ennesima volta propone la cruda e scontata realtà della Resistenza, vive intessuta su di una sceneggiatura assai ben fatta, quanto per quella trasposizione cinematografica che presenta figure (nell’accezione totale del personaggio fisico-mentale) che poco o nulla danno e poco o nulla prendono dalla narrazione, vivendo come disegnate sullo schermo per pura necessità di riempire spazi (qualcuno dimostri che senza la presenza di Luigi, Giovanni e Battistino la diegesi ne risentirebbe). Spesso sembra che la macchina da presa non abbia assolutamente voglia di addentrarsi per quei cunicoli nascosti di un sottotesto che finisce per perdersi. La guerra non conosce vinti né vincitori, ma tutti hanno perduto qualcosa o la perderanno, sia esso un amore incondizionato come lo è quello tra Samuele e Lea, o sia quell’assoluto senso di appartenenza che i soldati tedeschi provano nei confronti della divisa, o, ancora, quel percorso di redenzione che il prete del desolato paese di Busseto sembra intraprendere, prima di ricadere in quel ruolo da Supremo Giudice che di certo non gli compete.
Risulta anche difficilmente comprensibile come il versante meno commerciale del cinema italiano voglia a tutti i costi perseguire quel sentiero che conduce alla realizzazione di un film d’autore, vivendo esclusivamente di un rimpasto del passato e di deja-vù. Mazzieri, rispondendo ad una precisa domanda su quanto di stilistico nelle riprese e nella narrazione diegetica ed extradiegetica vi fosse di Rossellini e Renoir, ha sostenuto che nel cinema non c’è praticamente più nulla da inventare, ma la creazione sta nel rivivere con arte il già scritto. Ci dispiace, ma dissentiamo. La creazione è figlia del proprio animo e non dell’animo di qualcun altro. Si crea dal disegno delle proprie corde emotive e le corde emotive offrono tonalità alla creazione. Le corde emotive sono il veicolo espressivo dell’attore, quel veicolo che lo rende capace, come nel caso di Fabrizia Sacchi (che recita accanto a Gian Marco Tognazzi e Anita Caprioli), di vestire con immedesimazione e naturalezza i panni di una contadina, al punto d’offrire tutte le sfumature emotive di cui il personaggio dispone, e, arrivando a mostrare, se ancora ve ne fosse bisogno, di come la comunicazione creativa sia parte integrante del nostro ethos.
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