Ernesto Picciafuoco è un artista che vive uno dei periodi più intensi della propria vita: una separazione in corso, un figlio in età scolare, una madre assassinata da uno dei suoi fratelli. Come se non bastasse, a queste preoccupazioni si aggiunge quella per il figlio Leonardo, che da qualche tempo appare piuttosto confuso dalle invasive parole di un’insegnante di religione alquanto bigotta e conservatrice. In più, nel poco auspicabile contesto, si inserisce l’inaspettata visita del segretario del cardinale responsabile delle cause di canonizzazione, il quale gli comunica la notizia forse più sconvolgente che egli abbia mai sentito: vogliono fare di sua madre una santa martire. E perché il processo di canonizzazione vada in porto, occorre anche una sua falsa testimonianza sul modo in cui è stata uccisa. Inizia un duro scontro, che si ripartirà su due fronti: da un lato, Ernesto si opporrà con tutte le sue forze alla beatificazione della madre; dall’altro, desidererà essere ricevuto al più presto dalla maestra di religione, con il fine di biasimarla per i conflitti che, con i suoi insegnamenti, stava facendo sorgere nella mente del piccolo Leonardo. Ma al momento dell’atteso incontro, si ritroverà di fronte una persona completamente fuori dalle sue aspettative… Marco Bellocchio, in uno dei suoi capolavori più noti, ci parla attraverso la voce di Sergio Castellitto che, non a caso, si presta a una delle sue migliori performance cinematografiche: il “regista ribelle” ha fatto centro ancora una volta. Artista, sarebbe forse meglio chiamarlo: lui parla per immagini. E crea opere d’arte, che, chissà, magari un giorno verranno esposte in qualche grande galleria… Magari sarà anche opportuno prenotare la visita diverse settimane prima, per non ritrovarsi di fronte a un deludente “Sold Out”. Magari un giorno… A oggi, tutto ciò è utopia. Perché è utopico pensare di riuscire ad accettare senza difficoltà chi parla di ateismo come capacità di trovare una donna da amare. E’ utopico pensare di accettare senza difficoltà il “No” di chi non vuole scendere a compromessi. Nemmeno laddove la posta in gioco è l’assicurazione di un posto in paradiso. E’ utopico pensare di comprendere senza difficoltà chi afferma che una santa martire è in realtà colei che per prima uccise il suo stesso assassino. Questo è Bellocchio, che si racconta attraverso la figura di Ernesto Picciafuoco, padre e artista solitario che si ritrova a dover affrontare le problematiche di una società che vuole imporre il proprio credo come puro strumento di potere e condizionamento mentale. Un credo in grado di svuotare e manipolare, lasciando l’individuo completamente incapace di pensare, di ribellarsi. Un credo che, attraverso gesti benevoli e premurosi, lascia le persone in preda all’indifferenza. Un’indifferenza che traspare da un sorriso glaciale, che porta con sé la smorfia di una grande bugia in grado di uccidere. Il sorriso che, vero protagonista della vicenda, regala al film il titolo nella sua versione più completa; il sorriso di una madre “santa” che inganna i suoi figli e toglie loro la sensibilità, la capacità di pensare con la propria testa, di capire. Egidio Picciafuoco, fratello di Ernesto, aveva tentato la ribellione a quegli atteggiamenti bonari, a quel disinteresse travestito da perbenismo, al benevolo sguardo che nasconde l’inganno di chi in realtà vuole levarti “l’anima”. Ed era finito in una clinica psichiatrica. Cosa ha voluto comunicarci il regista tramite questo personaggio che passava il suo tempo a bestemmiare e veniva ripreso dai continui ammonimenti della madre, arrivando poi a ucciderla, in preda a un gesto di esasperazione? Forse che la ribellione andava fatta in un altro modo? E, soprattutto, chi è il vero pazzo nel film? Colui che, pur tentandola, aveva fallito la ribellione e si era fatto rinchiudere, o chi la ribellione non l’aveva neanche mai azzardata? Il povero omicida segregato o lo stuolo di perbenisti che lo circondano e cercano di convincerlo a testimoniare il martirio della madre affinché venga fatta santa?  Bellocchio ci racconta di indifferenza, ci racconta di una malattia latente alla quale bisogna opporsi per non rimanerne contagiati. Ma ci racconta anche il modo con cui questa ribellione va fatta. E lo rappresenta attraverso la figura dell’artista, l’unico in grado di innamorarsi di una bella bionda sconosciuta. Perché passava le sue giornate a fare immagini. Inoltre, come nei quadri degli artisti più geniali ogni elemento, anche il più marginale, non è mai privo di significato, così anche nella trama del film ogni personaggio, anche il più apparentemente insignificante, assume un ruolo fondamentale, almeno a livello comunicativo: come il matto che il protagonista incontra nella clinica del fratello. Poche le frasi, immenso il contenuto : “…ti sei innamorato di una bella donna? (…) dicono che la bellezza faccia impazzire. A me ha fatto impazzire la bruttezza (...) Tutte le volte che passavo davanti al Vittoriano, mi arrabbiavo al tal punto da non controllarmi…i più pensavano che fossi un nichilista, un anarchico, un sovversivo…Quando non capivano che era la bruttezza di quel monumento a disgustarmi, non il suo significato patriottico! Io trovavo che quella bruttezza avesse inibito la fantasia degli architetti di tutto il mondo (…) Allora decisi di farlo saltare per aria…ma era troppo al di sopra delle mie forze…troppo…e così mi sono ammalato”. Ernesto Picciafuoco ci riesce a distruggere il vittoriano. Lo butta letteralmente giù. Ma non lo fa realmente, lo fa attraverso l’immagine di una delle sue opere d’arte. Ed è solo allora, solo dopo aver creato quell’immagine che ritrova la bella sconosciuta e insieme fanno l’amore. Ancora una volta Bellocchio ci ha fatto sognare. E, forse, era proprio questo il suo intento. |