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Scritto da Emanuele Rauco   
venerd́ 06 aprile 2007

Uno dei pochi detti veri che girano attorno al cinema ed ai suoi protagonisti è che ogni regista di livello tende a fare sempre lo stesso film, per passione, maniera o istinto, basta cercare bene tra le pieghe dei soggetti – prescindendo dai generi – ed ecco fioccare similitudini e percorsi autoriali  ben evidenti.

Se con maestri come Hitchcok, Ford o persino un navigatore di generi come Kubrick questo sembra evidente, con altri bisogna scavare davvero a fondo; oppure arrendersi di fronte alle pochissime eccezioni, quei rari autori di personalità che fanno sempre film sempre diversi per stili, temi, toni. Uno di questi è l’inglese Danny Boyle, asceso alla fama con Trainspotting, ed alla ricerca continua, non sempre fortunata, di ispirazioni e stimoli narrativi nuovi: dal thriller all’horror, l’approdo alla fantascienza si può dire decisamente felice.

Il Sole sta morendo, si spegne nonostante a vista d’occhio non sembri, ma la Terra se ne accorge ed assieme a lui sta per morire anche l’umanità. Un’astronave è in viaggio per cercare di ravvivare il Sole grazie ad una bomba nucleare che innescherà una reazione a catena: ma giungere così vicino alla luce pura, non sarà una passeggiata.

Scritto dal sodale Alex Garland, è un ottimo ed appassionante film di science-fiction che, pur lontano chilometri dalle baracconate per il box-office americano, non cerca a tutti i costi l’autorialità e la cerebralità di pellicole fondanti come 2001: odissea nello spazio o Solaris, ma equilibra il ritmo e la tensione del genere puro, con una ricerca stilistica impressionante che diventa il vero fulcro del film.

Quasi tutto ambientato dentro le astronavi, con bellavista filtrata sul Sole, il film mette in scena con discreta credibilità scientifica la fine del nostro mondo e della nostra principale stella, costruendo un racconto fatto di inarrestabili climax narrativi, ma soprattutto parla dei limiti, fisici e psicologici dell’essere umano e della natura in generale, del contatto con l’estremo, con l’assoluto materiale (il Sole o la glaciazione cosmica) e con quello intimo, spirituale (il rapporto con Dio), rappresentando, come in una costante sfida a se stesso ed allo spettatore, i passi successivi che portano dal Tutto al Nulla.

Più vicino alle serie di Gerry Anderson (UFO o Spazio 1999) che ai classici cinematografici del genere, Boyle rende questo ambizioso progetto con una paradossale semplicità narrativa, quasi a mettere in secondo piano il testo, che diventa però vera forza filmica quando riflette sul meccanismo cinematografico e sull’essenza del cinema, cioè lo stile. Che non è solo la capacità di creare belle immagini, o raccontare bene una storia, ma innanzitutto il modo in cui la forma diventa il contenuto, la cosa ed il come si fondono: ed in questo caso il come è il cosa, perché attraverso il lavoro sulle immagini iper-luminose, il gioco dei bianchi e dei neri, dell’assenza e della presenza di corpi e luci, la distorsione visiva della saturazione, il rumore della luce (geniale visione dell’ultima mezz’ora), Boyle compie definitivamente il suo lavoro d’autore, e mette in scena perfettamente la sua riflessione sulla potenza del cosmo e sulla sensualità del cinema.

La sceneggiatura, come già detto, non è particolarmente curata, né nell’approfondimento dei personaggi né nell’intreccio che tra azione e scienza arriva ad un finale horror che – nonostante l’apparente scivolone – è comunque piuttosto efficace: ma proprio perché è lo stile a dominare il film (e ci viene in mente la grandezza di un Ophuls), e lo stile è in buona parte coerenza, è il lavoro sull’immagine a rendere questo film forte, e forse importante, il delirio più sensorio e viscerale che metafisico incarnato dalla demoniaca presenza di un vecchio comandante, che “ha visto la luce” ed ha perso la ragione per sentire Dio.

Un film, discusso e discutibile, che ci sentiamo di difendere per la forza con cui Boyle è riuscito a fare il suo cinema, a portarlo alle vette della maturità, raggiungendo la sua compiutezza da cineasta contemporaneo, dove il racconto ed il rapporto col pubblico sono sani e salvi ed in cui il discorso ed il contenuto non devono per forza passare dal testo, ma diventare immagini. Ottimo il supporto del cast, che si adatta perfettamente al complesso meccanismo scenico-visivo-semiotico messo in piedi. Per viaggiare pericolosamente verso il nuovo millennio.

Ultimo aggiornamento ( sabato 29 settembre 2007 )
 
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