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Nell’eterna guerra, che dagli anni ’50 infuria in America e nel mondo, tra la tv ed il cinema le sorti sono state incerte ed alterne, soprattutto perché è una guerra che – fino a pochi anni fa – è stata combattuta esclusivamente sul piano artistico ed industriale. Ma da quando la tv americana ha raggiunta la sua seconda età dell’oro, arrivando a portare la serialità televisiva ad un livello artistico e culturale (il tutto grazie al magnifico Twin Peaks di David Lynch), la sfida ha visto un ribaltarsi verso il piccolo schermo. Ovviamente non stiamo parlando dei maestri e delle produzioni d’autore, ma del cinema medio e di genere soprattutto, che è quello che ha sempre fatto Antoine Fuqua, il regista di questo filmetto d’azione, con venature politiche, e che dimostra che in questo campo, qualcun altro, ha già detto tutto. Bob è un ex-cecchino dell’esercito, che dopo essere stato abbandonato dal suo plotone, si dimette e si rifugia nei boschi, ma l’America ha bisogno di lui per valutare le contromosse ad un possibile attacco al presidente. Che però muore, sfruttando il suo piano, ucciso da chi doveva difenderlo. Ed indovinate a chi addossano la colpa... Scritto da Jonathan Lemkin, ispirandosi ad uno dei romanzi di Swagger scritti da Stephen Hunter (noto giornalista), è un thriller d’azione e spionaggio, che mescola Rambo ed Il fuggitivo con un tono pessimistico nel descrivere le collusioni tra politica e terrorismo e nel immaginare un senato americano dove la legge viene regolarmente calpestata in nome della ragione (economica) di Stato. Se gli assunti possono essere interessanti, il vero problema è nel dargli un forma, metterli in scena, renderli un film, ed è in questo che la pellicola fallisce, nel cercare di creare lo spettacolo: perché i due film citati come ispirazione restano molto lontani per ritmo, azione, suspense e spettacolarità, cosa che da un regista tecnico ed abile con l’azione come Fuqua (Training day, Costretti ad uccidere) non ci saremmo aspettati. Qui c’è un racconto abbastanza piatto e prevedibile, che segue molti degli stereotipi della letteratura thriller e che non riesce ad inventare nulla, né a coinvolgere lo spettatore che, attendendosi colpi di scena, corse, sparatorie, esplosioni e tensioni varie, si trova di fronte una novantina di minuti di dialoghi, appostamenti, pochi e facili colpi di scena ed una serie di trattative, dialoghi, spiegazioni che non va da nessuna parte filmicamente. Si ricicla e si rimescola, a partire dagli scenari naturali, passando per la costruzione narrativa ed arrivando ai temi messi in gioco, per capire come ormai la libertà e la forza comunicativa (e culturale) della tv abbia definitivamente sorpassato questo piccolo cinema: c’è più ritmo, tensione, suspense, azione, creatività registica, sapienza narrativa e perfino radicalità politica in un episodio di 24 che in 3-4 di questi film. Che non sono brutti, né stupidi, anzi l’anticonformismo ideologico è la cosa migliore del film, ma fiacchi e deludenti, sorretti da null’altro che le buone intenzioni: la regia non solleva la piattezza dello script e gli attori non vanno più in la di una mediocrità di mestiere (a parte forse Ned Beatty). Allora non resta che tornare a casa, accendere la tv e goderci lo spettacolo di chi la tensione non ha smesso di crearla. |